Piccole storie carinesi

 

.....storie, storielle e curiosità, " in diretta" da Carini

La bandiera di via Passo d' Acqua

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5 Maggio 1972 La strage di Montagna Longa

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Lillina e Vituzzu

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" I 'ncuri "

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La filosofia di nonna Caterina

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La grande boxe a Carini

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Le corse dei cavalli

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La famiglia Pistone

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Santi Cosma e Damiano

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U zu Ninu ru gelatu

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Festa dei morti

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Natale di un tempo

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Carini il paese della manna

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Il Carnevale di una volta

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Roberto Basile

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Vito 'u Panillaru

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Totuccio Aiello

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Il matrimonio di una volta

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La mamma dei Carinesi

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Suor Alessandra

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 Il Natale di un tempo, tra " Uciacculunu", " U ciaramiddaru " e " Pippinu u sciacquatu "

da " Il carinese " numero di Dicembre

 

 Natale, si sa, è la festa più importante tra tutte le ricorrenze dell' anno. Come tutte le feste che si rispettino, in questo periodo si mescolano riti, usanze e credenze che oramai fanno parte della nostra tradizione e senza le quali la festa stessa perderebbe quell' immancabile fascino.
Il clima natalizio ormai si respira da metà novembre quando, soprattutto, i grandi centri commerciali cominciano ad addobbare le vetrine di fili multicolori e festoni; da lì all' Immacolata il passo è davvero breve.
La solennità dell' Immacolata Concezione apre ufficialmente le festività natalizie: come da tradizione a Carini la statua dell' Immacolata viene portata in processione dalla chiesa di San Rocco (sant ' Antonino) fino alla chiesa Madre. La domenica successiva invece la statua ritorna nella chiesa di origine.
Un tempo nella vigilia di questo “ritorno” veniva realizzato “U Ciacculuni”, un grande falo' alto quasi 5 metri sorretto da delle travi montate trasversalmente; conclusasi la santa messa in Chiesa Madre, esso veniva acceso e portato a spalla da Piazza Duomo fino alla Chiesa di San Rocco, seguendo il percorso che l' indomani avrebbe seguito la statua della Madonna.
Gli organizzatori di questo rito erano “i cicuriara” e i “disalora”, rispettivamente raccoglitori di cicoria ed erbe di montagna e raccoglitori di “disa” (ampelodesmo); essi si occupavano sia della raccolta della legna per il falò che della realizzazione della stessa processione; “u ciacculuni” veniva costruito ‘o chianu u’ Rusariu’ (Piano San Domenico). Negli anni questi nostri concittadini erano diventati molto abili, perché dotati solo di una cerata, riuscivano a completare l' intero percorso senza far crollare la catasta di legna e soprattutto senza bruciarsi quando le fiamme ardendo si andavano gradualmente abbassandosi verso la base del “ciacculuni”.
Tra coloro che “accollavano” ricordiamo: Filippu Cicireddu, u’ Zu Turi Lentini (Palummieddu), u’ Zu Viciuzzu U Cricchiu, u’Zu Piddu Sarduzza (Giuseppe Aiello), e Giuseppe Lo Cricchio.
Questo era un rito molto suggestivo a cui partecipava tutta la comunità (soprattutto quella giovanile), che con grande trepidazione e fervore “scortava” il falò fino alla porta della Chiesa di Sant’Antonino, dove dopo circa un’ora di processione il fuoco quasi esaurito veniva rinvigorito da nuova legna che ne determinava uno nuova vigoria prima dell’esaurimento finale.

La festa dell' Epifania 1957 : I re Magi partivano da tre punti del paese e arrivavano in piazza Duomo dove veniva celebrata una funzione


Prima del Santo Natale, un’altra ricorrenza che arricchisce il nostro bagaglio di usanze e tradizioni, è la festa di Santa Lucia, che pur non prevedendo alcuna processione, per i credenti mantiene una posizione significativa; in questa giornata anche oggi sono in tanti a digiunare in onore della santa, rievocando la vigilia del 13 dicembre 1624, quando nel periodo in cui la peste e la fame flagellavano la nostra popolazione, sbarcò sulle rive siciliane un ingente carico di grano che venne suddiviso al popolo, che affamato lo cucinò subito, ottenendo quella che venne chiamata la “cuccia”. Assieme alla “cuccia” con la farina di ceci vennero sperimentate le panelle, che oggi rappresentano una delle pietanze tipicamente della provincia palermitana.
Nei giorni che procedono Natale (la novena 16-24 dicembre) poi, come non ricordare i “Ciaramiddara”, suonatori vestiti da pastori che suonavano la “Ciaramedda” (una sorta di cornamusa realizzata con la pelle degli animali), tra cui ricordiamo Pippunu u Sciacquatu (Giuseppe De Maria) e Vicenzu Zaccagnolu (Vincenzo Lucido). Di recente questa tradizione è stata ripresa da Antonino Randazzo e da Vincenzo Brasile, che, mossi dalla passione per la musica e le tradizioni, hanno riproposto questa antica usanza.
Queste usanze ovviamente seguono tutto il solenne rituale del Santo Natale, che come per ogni festa che si rispetti ha nel suo lato culinario la parte più tradizionale: bruciuluna, cucciddata, pasticciuotta, ecc.. sono solo alcune delle pietanze che “definiscono” questo periodo dell’anno.
Nell’era in cui è cambiato pure il modo di scambiarsi gli auguri, con gli SMS che ha quasi abolito l' anacronistica ma romantica cartolina di auguri, Natale per molti di noi significa soprattutto il ripetersi di quel grande miracolo della venuta sulla terra del figlio di Dio, nato in una grotta, povero tra i poveri, portatore della luce e della speranza. Ridiamo un senso a questa festa, diamole il giusto valore, mettiamo in atto qualcosa di buono: facciamo quella telefonata che dovevamo fare da tempo, andiamo a trovare quell' amico sofferente che da tanto tempo non vediamo, mettiamo da parte quelle incomprensioni nate per un stupido motivo o perché non abbiamo avuto il coraggio di ammettere di avere sbagliato, guardiamo in faccia la persona che vogliamo bene  e rinnoviamo i nostri sentimenti, prendiamo un libro di favole e raccontiamone una a nostro figlio……e allora si che possiamo dire che è Natale, allora si che possiamo dire di avere dato un senso a questo giorno, che altrimenti passerebbe via, insieme a tutti gli altri.  Buon Natale.

                                                                  Pino Mignano

dicembre 2009