Piccole storie carinesi

 

.....storie, storielle e curiosità, " in diretta" da Carini

La bandiera di via Passo d' Acqua

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5 Maggio 1972 La strage di Montagna Longa

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Lillina e Vituzzu

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" I 'ncuri "

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La filosofia di nonna Caterina

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La grande boxe a Carini

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Le corse dei cavalli

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La famiglia Pistone

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Santi Cosma e Damiano

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U zu Ninu ru gelatu

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Festa dei morti

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Natale di un tempo

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Carini il paese della manna

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Il Carnevale di una volta

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Roberto Basile

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Vito 'u Panillaru

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Totuccio Aiello

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Il matrimonio di una volta

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La mamma dei Carinesi

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Suor Alessandra

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 La “Festa dei Morti” una tradizione sempre Viva... 

da " Il carinese " numero di Novembre

Il 2 novembre anche nel nostro paese si celebra la “festa dei morti” che viene a tutt’oggi vissuta come momento di legame e di contatto con le persone care che non sono più fra di noi. La festa segue la commemorazione di “Ognissanti”, e benché molti lo considerino come un giorno festivo, la ricorrenza non è mai stata ufficialmente istituita come festività. Questa giornata, da sempre non è vissuta come un esorcismo contro la paura, ma come un significativo fatto culturale dalle antiche radici e non come una “carnevalata”, come invece è la festa di Halloween, trasposizione americana della festa, che di tradizione, sacro e di significato ha ben poco.

Il culto per i morti ha sempre fatto parte di ogni società e ogni epoca, e a secondo del paese, essa viene celebrata con un rito diverso. Il primo di Novembre, giorno di Ognissanti, storicamente era ribattezzata  “ i morti ri picciriddi ": la tradizione vuole che i defunti tornano tra i vivi e come segno del loro passaggio lasciano in dono ai bambini dolci, caramelle ed il tradizionale cesto di frutta di martorana con al centro il pupo di zucchero, non prima che questi la sera prima avessero sistemato le loro scarpe dietro la porta o ai piedi del letto; col passare degli anni questa usanza è stata soppiantata e certe tradizioni si sono perse a favore di eventi più commerciali. Questa notte, assieme a quella di Natale, era per i bambini una delle più magiche dell' anno: la mattina della festa ci si svegliava con la curiosità di vedere cosa avessero lasciato i cari defunti: la gioia era immensa quando il regalo era quello che si sperava, ma anche tanta era la delusione quando al posto dei regali si trovava ben altro. C'e' da dire che prima  tutte le feste, erano feste nel senso etimologico del termine. Il tenore di vita di una volta non era quello dei nostri giorni e solo in queste occasioni ci si poteva concedere quei lussi che durante il resto dell' anno venivano messi da parte; non si poteva mangiare carne durante la settimana non per una questione di dieta, ma perché la carne costava troppo; i primi capi di abbigliamento o le scarpe invernali si regalavano ai bambini per la prima festa , quella dei morti, e dovevano durare fino a Pasqua, quando si compravano quelle di mezza stagione; i risparmi di tutto l' anno venivano conservati nel famoso salvadanaio di terracotta (che a Carini vendeva solo N’Zina Napuli ) e veniva aperto il giorno di Ognissanti, subito dopo il pranzo.

In genere dunque fare festa significava uscire dall' ordinario, cosa che ai giorni nostri non ha più senso ne valore.

In quest’occasione il quartiere attorno alla via Villa, normalmente poco trafficato , cambia volto e il cimitero stesso cambia funzione trasformandosi in una sorta di piazza rumorosa e festante. Uno dei riti legati al culto dei morti, curato dalla congregazione dello Spirito Santo,  prevede nel pomeriggio del 1 novembre  il pellegrinaggio dalla sede della congregazione al cimitero, mentre l’indomani  comincia l' “ Ottavario “, ossia la celebrazione della santa Messa per otto giorni in suffragio dei defunti; l' ultimo giorno (il 9 novembre), dopo la messa, viene portato in processione  per il cimitero il Santissimo e alla fine del giro processionale viene impartita la benedizione eucaristica.

In questo contesto, la frutta di martorana è il dolce tipico; deve il suo nome al dolce che preparavano le suore nel convento della martorana a Palermo: secondo la tradizione il Papa di allora avendo sentito parlare  di un giardino bellissimo adiacente alla chiesa della di Santa Maria dell' Ammiraglio (detta la Martorana), decise di visitarlo, ma essendo in un periodo in cui il giardino era privo dei sui frutti, le suore decisero di arricchire i rami con della frutta realizzata con la farina di mandorla. Gli ingredienti della frutta di Martorana sono i classici della pasticceria siciliana: farina di mandorla, zucchero semolato, glucosio , farina di  grano duro vaniglia e aromi vari; la preparazione può avvenire secondo due procedimenti: a caldo se si fa cucinare lo zucchero semolato e a freddo se al posto di quest' ultimo si usa lo zucchero a velo; la differenza sta nel fatto che con il primo procedimento la frutta di Martorana può essere conservata anche per più mesi. Per la pittura si usano colori alimentari consenti, mentre per la rifinitura lucida si usa gommalacca decerata o benzoino lacrime depurato (un olio antiossidante).

Il pupo di zucchero, che ha forme diverse (una volta era il classico paladino a piedi o a cavallo, oggi si raffigurano animali, giocatori di calcio, personaggi dei cartoni animati), viene preparato con lo zucchero fuso versato in un apposito stampo di gesso  realizzato dai cosiddetti “ gissara” e poi dipinto a mano con colori sgargianti. 

A Carini uno dei più grandi maestri pasticceri è stato Vito Mignano, scomparso nel 1997, che con tanta passione ogni anno allestiva  nella sua pasticceria di Piazza Duomo un imponente esposizione di frutta martorana, che veniva poi esportata in tutto il mondo.

Non tramandare alle nuove generazione le nostre tradizioni sarebbe come rinnegare quello in cui abbiamo creduto, perché un popolo che non tiene alle sue tradizioni è un popolo senza futuro. 
 

                                                            PINO MIGNANO

Novembre 2009