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Piccole storie carinesi
.....storie, storielle e curiosità, " in diretta" da Carini |
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La
bandiera di via Passo d' Acqua __________ 5 Maggio 1972 La strage di Montagna Longa __________ __________ __________ La filosofia di nonna Caterina __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________ __________
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Carini il paese della manna.
Il nostro viaggio nel passato alla ricerca di quel tempo perduto fatto di gesti semplici e di una vita, quella contadina, basata sul rispetto per la natura, di quelle cose che ormai sopravvivono solo nei ricordi, ci porta a conoscere Calogero Cusumano, classe 1939, maestro di scuola elementare nonché preparatore atletico di tanti ragazzi carinesi, che con grande piacere ci porta alla scoperta di una passione che prima fu di suo nonno Calogero e poi suo papà Angelo: la coltivazione della manna. A lui, che con tanta espressività e realismo ci ha appassionato da piccoli nel raccontare storie della Carini di una volta, abbiamo dedicato il nostro consueto spazio. Forse non tutti sanno che a Carini (ma anche a Cinisi,Terrasini e Capaci) un tempo si produceva la manna, ossia la linfa del frassino. Nel nostro paese le zone dedicate alla coltivazione del frassino da manna (Frascinus Ornus detto “orniello” ) erano Brancaccio, Costa Buffa, Parisi, Carbonaro, Costa Marina e contrada Sofia. Sebbene non più praticata nel nostro territorio, la produzione continua nei comuni di Pollina, Castelbuono e Geraci Siculo, dove i frassini vengono coltivati e protetti all' interno del parco delle Madonie (a onor del vero nelle nostre zone la manna coltivata era bianca come la neve e quindi qualitativamente migliore); la manna si estraeva praticando sul frassino un incisione al giorno, partendo dalla base del tronco. Le incisioni dovevano essere distanti circa 4 cm l' una dall' altra e lunghe circa 3 cm. Questa operazione era molto delicata, quasi chirurgica, per questo necessitava di mani esperte ed di un attrezzo adatto; l' intaccatore poggiava la punta del coltello da manna, affilatissimo, sul tronco e successivamente lo faceva girare per incidere la corteccia in profondità in senso obliquo. Per la vestizione dell' intaccatore si seguiva un vero e proprio rituale: questi indossava dapprima pantaloni bianchi in tela e una casacca bianca, quindi una corda usata come cintura, dove veniva fissato “ u muccaturi “, un fazzoletto colorato. ![]()
Tra gli intaccatori più abili
si ricordano “Piddu u muonaco” (cosi chiamato perché aveva studiato
presso i salesiani ) e “Lanterna” (perché era magro e alto).
L'intaccatura era eseguita ad arte quando il coltello “cantava”, ossia
quando l' attrito tra la corteccia e il coltello stesso, produceva quel
suono caratteristico che solo l' orecchio attento di esperto sapeva
riconoscere. Altra operazione delicata era quella di scrostare le ferite
vecchie, risalenti agli anni precedenti, senza danneggiare l' albero:
cosi facendo si facilitava lo scorrere del liquido lungo il “petto”, la
parte più liscia del tronco, verso la quale il liquido veniva
incanalato. Il lato opposto al petto veniva invece chiamato “cozzo”.
Ogni anno le incisioni
dovevano essere praticate sul lato opposto rispetto all' anno
precedente, al fine di dare la possibilità all' albero di rigenerarsi.
Il liquido denso, che usciva dall' incisione, e che veniva incanalato
verso il petto, giorno dopo giorno si sovrapponeva e si solidificava,
aumentando di volume e formando il “cannolo” o “cosca” che, mediamente,
veniva raccolto ogni 15-20 giorni. Per staccare il cannolo dal frassino
Angelo Cusumano usava una corda di chitarra con l' estremità legata a
due pezzi di legno; con questa ben tesa, tagliava il cannolo, ottenendo
dei pezzi lunghi 30-40 cm.
Il “minuto”, ossia il residuo di manna che rimaneva attaccata al tronco, veniva invece raschiato con un piccolo coltellino e raccolto in un contenitore di legno chiamato “mazzapane”. Il liquido che colava lungo il petto, arrivava fino alla base del tronco, dove veniva raccolto in una pala di ficodindia concava (questo liquido veniva chiamato “a currente”). Il “cannolo” (cosca) e il rottame (minuto) venivano fatti essiccare al sole su ripiani di legno chiamati “stinnitura”, per poi essere posti con cura in casse di legno. Il periodo di incisione andava dalla metà di luglio fino alla fine di settembre, e se non pioveva (la pioggia faceva sciogliere la manna), si poteva arrivare fino ad ottobre inoltrato. E' pur vero che se nel mese di agosto, pioveva abbondantemente, la produzione della manna, ma anche dei fichi e dell' uva, era abbondante, come recita il proverbio “Acqua r' austu, fà manna, mieli e mustu”. Il frassicultore per “baggianaria” pagava un portantino ribattezzato “'u vastasu” (tra i quali si ricorda “Viciuzzu a saia”), a cui affidava il compito di portare sulle spalle “u stinnituri” pieno di manna, dalla campagna al paese, facendogli attraversare Piazza Duomo. Il “cannolo” negli anni 60 veniva venduto a lire 5.000 al kg, il “minuto” a 2.500 lire al kg, mentre quello di scolo (“corrente”) si regalava. A Carini nel XIX secolo le salme di terreno coltivate a frassineto erano 84,986, 61,877 in giardini, 658,230 in oliveti, 47,399 in carrubbeti, 164,456 in vigneti, 1090,974 in seminativi e 1445,25 in pascoli. La manna veniva utilizzato come blando lassativo per i bambini e le donne incinte, come ammorbidente e fluidificante del catarro; oggi può essere assunta anche da i diabetici perché non altera il livello glicemico del sangue, come dolcificante nelle cure dimagranti, in casi di indigestione, e anche per uso alimentare nella preparazione di dolci e nella preparazione di cosmetici, visto che ha la capacità di rendere liscia e morbida la pelle.
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